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ASIA/TURCHIA - Erdogan: inutile insistere per far riaprire la Scuola teologica di Halki, se non si risolvono i problemi dei musulmani in Grecia

Agencia FIDES - 7 February, 2019 - 04:57
Ankara – Un “Do ut des” che collega la questione della Scuola teologica di Halki – centro accademico collegato al Patriarcato ecumenico di Costantinopoli, chiuso dalle autorità turche nel 1971 – alla soluzione dei problemi e delle dispute giuridiche in atto tra le istituzioni greche e gli organismi comunitari della minoranza islamica residente nella Tracia occidentale. E’ questa la carta giocata dal Presidente turco Recep Tayyip Erdogan in occasione della visita compiuta in Turchia dal Primo Ministro greco Alexis Tsipras .
Ricevendo Tsipras a Ankara, Erdogan ha espresso rammarico per la chiusura dell’istituto teologico, ma ha anche negato ogni responsabilità in tale vicenda dell’attuale leadership turca, rimarcando che “non è colpa nostra, non eravamo noi i governanti in quel momento”. Poi ha aggiunto un ricordo personale, confidando che “quando andavo a scuola, l’insegnante di religione qualche volta ci portava lì. Ci sono tanti libri, ce ne sono 38mila, qualcuno può leggerli tutti? Mi chiedevo….”. Inoltre Erdogan ha confermato che la questione della possibile e auspicabile riapertura della Scuola teologica di Halki viene posta alle autorità turche da parte di tutti i leader politici greci. “E ogni volta che la questione della facoltà di teologia ritorna sul tavolo – ha aggiunto il Presidente turco -, quando mi viene posta la domanda, io dico: "Andate anche alla Tracia occidentale, in modo che possiamo risolvere la questione dei mufti".
Con questa affermazione, Erdogan ha tracciato una connessione esplicita tra la vicenda di Halki e le controversie crescenti tra le autorità greche e la minoranza islamica della Tracia occidentale, riguardo soprattutto ai criteri di selezione dei mufti e all’inquadramento dei loro pronunciamenti di carattere prescrittivo – ispirati alla Sharia – nel contesto del sistema giuridico greco. Negli ultimi anni, le autorità greche su indicazione del Parlamento hanno iniziato a nominare i mufti, mentre la minoranza turca, facendo appello a Trattato di Losanna, rivendica il diritto di eleggere in maniera autonoma tali esperti giuridici musulmani. La popolazione islamica in quella regione della Grecia conta circa 150 mila persone, è la condizione di tale comunità rappresenta uno dei problemi storici nelle relazioni tra Grecia e Turchia. La scorsa settimana, il Patriarca ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo I aveva espresso l’auspicio che l'incontro tra Tispras e Erdogan a Ankara potesse contribuire a sbloccare la situazione di stallo e favorire qualche passo avanti verso la riapertura della Facoltà teologica di Halki. "Il fatto che la visita del Primo Ministro greco al Patriarca ecumenico questa volta non al Fanar, ma a Halki” aveva affermato il Patriarca “è un segno particolare, perché tutti sappiamo quanto desideriamo e abbiamo bisogno della riapertura della nostra Facoltà di teologia, dopo quasi mezzo secolo, dal momento che la sua attività è stata sospesa ingiustamente".
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ASIA/FILIPPINE - Il movimento "Silsilah": "La Dichiarazione di Abu Dhabi è un segno di speranza per Mindanao"

Agencia FIDES - 7 February, 2019 - 04:42
Zamboanga city - "Accogliamo con gioia il nuovo documento firmato ad Abu Dhabi da Papa Francesco e da Ahmad Al-Tayyib, Grande Imam di Al-Azhar, sulla fraternità umana per la pace e la convivenza nel mondo. Questo documento è un elemento-chiave della visita apostolica del Santo Padre negli Emirati Arabi Uniti. Il testo è un segno di speranza soprattutto per tutti coloro che sono a Mindanao, come in altre parti del mondo, e che credono nel dialogo islamo-cristiano pur in mezzo a divisioni e conflitti": è quanto afferma in una nota inviata all'Agenzia Fides il Movimento per il dialogo "Silsilah", attivo per il dialogo nel Sud delle Filippine, commentando favorevolmente il rilascio della dichiarazione congiunta di Abu Dhabi. "Siamo felici - afferma "Silsilah" - che in questo documento ufficiale sia chiaramente menzionata l'importanza della cultura del dialogo come via per la pace. Crediamo che questo sia il punto di partenza per una più profonda comprensione del dialogo, sostenuto dal'amore".
Prosegue la nota del Movimento: "Lo stesso spirito si ritrova nell'iniziativa delle Nazioni Unite che invita tutti i popoli del mondo, appartenenti a diverse religioni, nazioni e culture, a celebrare la Settimana mondiale di armonia tra le fedi, nella prima settimana di febbraio ogni anno. Ribadiamo il cammino della convivenza segnato dallo spirito di amore a Dio, amore al prossimo e amore per il bene comune". Per una felice coincidenza, il documento dei due grandi leder religiosi, rileva "Silsilah", è stato firmato il 4 febbraio 2019 durante la celebrazione della Settimana mondiale di armonia tra le fedi, che a Mindanao si è celebrata con diversi incontri, preghiere, iniziative pubbliche.
Il Movimento fondato dal missionario del Pime p. Sebastiano D'Ambra ricorda, tra i punti rilevanti del documento "l'adozione di una cultura di dialogo come via; cooperazione reciproca come codice di condotta; comprensione reciproca come metodo" per le relazioni interpersonali. E ricorda che "l'insegnamento autentico delle religioni invita a rimanere radicati nei valori della pace; difendere i valori della comprensione reciproca, della fraternità umana e della convivenza armoniosa; ristabilire la saggezza, la giustizia e l'amore".
Il Movimento sposa pienamente la via indicata dalla Dichiarazione: "Il dialogo tra credenti significa riunirsi nel vasto spazio di valori sociali spirituali umani, diffondere le più alte virtù morali che le religioni promuovono". E sostiene che "il dialogo, la comprensione e la promozione diffusa di una cultura di tolleranza, di accettazione degli altri e di convivenza pacifica contribuisce a ridurre in modo significativo i problemi economici, sociali, politici e ambientali che gravano così tanto su una grande parte dell'umanità".
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EUROPA/ITALIA - Una luce contro la tratta di persone

Agencia FIDES - 7 February, 2019 - 04:07
Roma - “Insieme contro la tratta” è il tema della quinta Giornata mondiale di preghiera e riflessione contro la tratta di persone che si celebra l’8 febbraio, nel giorno in cui si ricorda la memoria liturgica di Santa Giuseppina Bakhita, suora canossiana, di origine sudanese, divenuta simbolo universale dell’impegno della Chiesa contro la tratta. La tratta di persone è ancora oggi diffusa in tutti i Paesi del mondo e in ogni continente. Il lucro illecito prodotto dallo sfruttamento sessuale corrisponde ai due terzi del guadagno illecito prodotto dalla tratta di persone.
Secondo dati dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro, nel mondo ci sono quasi 25 milioni di persone in situazione di lavoro forzato, di cui il 70% vive in Asia. Le attività in cui troviamo maggiormente persone obbligate a lavorare sono quelle domestiche . I bambini coinvolti sono 168 milioni. La schiavitù infantile è spesso legata a un’altra tipologia di sfruttamento, il matrimonio precoce. Dei 15,4 milioni di donne in tutto il mondo che vivono il matrimonio forzato il 37% ha meno di 18 anni.
In occasione della Giornata dell’8 febbraio, il Comitato internazionale in collaborazione con diversi organismi e realrtà ecclesiali, ha organizzato due incontri, che si svolgeranno a Roma l’8 e il 10 febbraio. Venerdì 8, alle ore 18, si svolgerà una veglia di preghiera presso la Basilica di Sant’Antonio , presieduta da p. Michael Czerny e p. Fabio Baggio, sottosegretari alla Sezione Migranti e Rifugiati del Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale. Nel corso della veglia, animata da giovani e consacrate, sono previsti momenti di testimonianza di impegno comune contro la tratta. Domenica 10 febbraio si svolgerà una marcia di sensibilizzazione, che partirà alle ore 10 da Castel Sant’Angelo e si concluderà in piazza San Pietro, alle ore 12, per partecipare alla preghiera dell’Angelus con Papa Francesco.
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OCEANIA/AUSTRALIA - Alluvione a Townsville, il Vescovo: “Non arrendersi: dalla morte rinasce la vita”

Agencia FIDES - 7 February, 2019 - 03:26
Townsville - "E’ necessario ricordare che potremmo aver perso vestiti e oggetti personali, ma abbiamo le nostre vite. Quando riusciremo a tornare tutti nelle nostre case, potremo rimettere ogni cosa al proprio posto. Questo non è il momento di gettare la spugna e arrendersi. È il momento di riunirsi, come uomini e donne di fede, nella consapevolezza che la perdita è solo temporanea e che dalla morte deriva la vita. Non possiamo essere vinti, ma restiamo saldi nella certezza della risurrezione". E’ quanto dichiara, in una nota inviata all’Agenzia Fides, il Vescovo di Townsville, Monsignor Timothy J. Harris, dopo la recente inondazione che ha messo in ginocchio la città della regione del Queensland: la zona è stata colpita da 9 giorni di piogge dalla portata straordinaria, che hanno provocato 2 morti, 650 sfollati, migliaia di case allagate e l’invasione di coccodrilli e serpenti nelle strade urbane.
E’ stata colpita anche la stessa sede del Vescovo: “L'acqua stava arrivando nei pressi della mia abitazione, così ho accettato il consiglio di allontanarmi e di trasferirmi in una zona più alta. E’ incoraggiante, comunque, vedere lo sforzo comune di solidarietà: le strade sono piene di volontari, di personale di pronto intervento, polizia e esercito che offrono assistenza nella fase di evacuazioni e forniscono sacchi di sabbia: ognuno è qui per aiutare gli altri e in momenti come questo, viene fuori il vero cuore della gente”.
Nella nota si precisa che, secondo quanto dichiarato dal Direttore esecutivo di Townsville Catholic Education, Jacqui Francis, la maggior parte delle scuole cattoliche nell'area di Townsville non ha subito danni particolarmente gravi, fatta eccezione per il “St. Margaret Mary's College”, situato in una zona particolarmente colpita dall’alluvione.
Nelle scorse ore, il Cardinale Segretario di Stato Vaticano, Pietro Parolin, ha inviato un messaggio di cordoglio a nome di papa Francesco, che ha assicurato “sincera solidarietà e le sue preghiere per tutti coloro che sono stati colpiti da questo disastro”.
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AMERICA/BRASILE - Crollo della diga, un Vescovo denuncia: “A Brumadinho e Mariana non incidenti, ma crimini ambientali e omicidi collettivi”

Agencia FIDES - 7 February, 2019 - 02:04
Belo Horizonte - “Non c’è stato un incidente a Minas Gerais. C’è stato un crimine ambientale e un omicidio collettivo”. Questa l’accusa di Mons. Joaquim Mol Guimarães, Vescovo ausiliare di Belo Horizonte e Rettore della Pontificia Università di Minas Gerais, in un articolo pervenuto all’Agenzia Fides. Il Presule si riferisce alla rottura della diga per residui della miniera di Brumadinho, della multinazionale brasiliana Vale, avvenuta il 25 gennaio. La tragedia ha provocato 150 morti e 182 persone tuttora disperse.
Le ricchezze generosamente donate dal Creatore allo stato di Minas Gerais sono divenute, secondo Mons. Mol, la sua perdizione. “Minas vede il rapido decimarsi dei suoi fiumi, laghi, terre coltivabili, comunità e culture. Si commettono crimini contro la vita umana, contro l’ambiente e contro il diritto di vivere in comunità e in famiglia” assicura il Vescovo. Nel suo scritto intitolato “Aziende minerarie colpevoli di lesa umanità”, ricordando il messaggio della Laudato Si, sottolinea: “ciò che è stato lasciato in eredità all’uomo affinché prosperi, abbia una vita piena e la trasmetta alle future generazioni, viene distrutto in poco tempo dall’azione, irrefrenabilmente speculativa e criminale, delle aziende minerarie”.
Alla ricerca di un lucro “esorbitante”, “unico criterio” delle loro azioni, e con “pochi vantaggi per la società”, le aziende del settore “optano coscientemente”, secondo il Vescovo, “per modelli estrattivi dannosi per l’ambiente e per la vita umana”, concentrando sempre di più nelle mani di pochissime persone ricchezze sempre più grandi, lasciando gli operai nella povertà “per tutta la loro esistenza” ed esponendoli al rischio della vita.
“L’attività mineraria nel nostro Paese è diventata eticamente insostenibile” scrive Mon. Mol. Si assiste a una debole regolazione del settore da parte del potere legislativo e ad una giustizia “accondiscendente”, lontana dal popolo brasiliano. È stato così per Brumadinho come per l’analoga tragedia di Mariana , ancora in attesa di giustizia. Per il Vescovo non si tratta di “incidenti” bensì di “crimini ambientali”, di “omicidi collettivi” che, oltre ad uccidere la natura, le persone e gli animali, hanno “quasi ucciso la speranza, la fede, la dignità e l’amore dei sopravvissuti”.
Tutti i responsabili devono essere severamente puniti. “Non possiamo permettere che le cose continuino così”, ammonisce. Mons. Mol, che chiama persone, organizzazioni ed istituzioni a “insorgere contro questo modello di affari inammissibile”, profondamente ingiusto e che rappresenta, parafrasando Papa Francesco, una “economia che uccide”. “Abbiamo bisogno come mai prima - conclude il Vescovo - di un dibattito che unisca tutti” nella ricerca di risposte alla sfida ambientale, che “chiama al rispetto e ha un impatto su tutti noi”.
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AMERICA/BRASILE - Mons. Mol Guimarães: “A Brumadinho e Mariana non incidenti ma crimini ambientali e omicidi collettivi”

Agencia FIDES - 7 February, 2019 - 02:04
Belo Horizonte - “Non c’è stato un incidente a Minas Gerais. C’è stato un crimine ambientale e un omicidio collettivo”. Questa l’accusa di Mons. Joaquim Mol Guimarães, Vescovo ausiliare di Belo Horizonte e Rettore della Pontificia Università di Minas Gerais, in un articolo pervenuto all’Agenzia Fides. Il Presule si riferisce alla rottura della diga per residui della miniera di Brumadinho, della multinazionale brasiliana Vale, avvenuta il 25 gennaio. La tragedia ha provocato 150 morti e 182 persone tuttora disperse.
Le ricchezze generosamente donate dal Creatore allo stato di Minas Gerais sono divenute, secondo Mons. Mol, la sua perdizione. “Minas vede il rapido decimarsi dei suoi fiumi, laghi, terre coltivabili, comunità e culture. Si commettono crimini contro la vita umana, contro l’ambiente e contro il diritto di vivere in comunità e in famiglia” assicura il Vescovo. Nel suo scritto intitolato “Aziende minerarie colpevoli di lesa umanità”, ricordando il messaggio della Laudato Si, sottolinea: “ciò che è stato lasciato in eredità all’uomo affinché prosperi, abbia una vita piena e la trasmetta alle future generazioni, viene distrutto in poco tempo dall’azione, irrefrenabilmente speculativa e criminale, delle aziende minerarie”.
Alla ricerca di un lucro “esorbitante”, “unico criterio” delle loro azioni, e con “pochi vantaggi per la società”, le aziende del settore “optano coscientemente”, secondo il Vescovo, “per modelli estrattivi dannosi per l’ambiente e per la vita umana”, concentrando sempre di più nelle mani di pochissime persone ricchezze sempre più grandi, lasciando gli operai nella povertà “per tutta la loro esistenza” ed esponendoli al rischio della vita.
“L’attività mineraria nel nostro Paese è diventata eticamente insostenibile” scrive Mon. Mol. Si assiste a una debole regolazione del settore da parte del potere legislativo e ad una giustizia “accondiscendente”, lontana dal popolo brasiliano. È stato così per Brumadinho come per l’analoga tragedia di Mariana , ancora in attesa di giustizia. Per il Vescovo non si tratta di “incidenti” bensì di “crimini ambientali”, di “omicidi collettivi” che, oltre ad uccidere la natura, le persone e gli animali, hanno “quasi ucciso la speranza, la fede, la dignità e l’amore dei sopravvissuti”.
Tutti i responsabili devono essere severamente puniti. “Non possiamo permettere che le cose continuino così”, ammonisce. Mons. Mol, che chiama persone, organizzazioni ed istituzioni a “insorgere contro questo modello di affari inammissibile”, profondamente ingiusto e che rappresenta, parafrasando Papa Francesco, una “economia che uccide”. “Abbiamo bisogno come mai prima - conclude il Vescovo - di un dibattito che unisca tutti” nella ricerca di risposte alla sfida ambientale, che “chiama al rispetto e ha un impatto su tutti noi”.
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ASIA/INDIA - L'orfanotrofio delle Missionarie della Carità tra i 16 istituti per bambini chiusi dal governo

Agencia FIDES - 6 February, 2019 - 05:57
Ranchi - Il governo dell'India ha ritirato la licenza a 16 istituti per l'infanzia tra i quali il "Nirmal Hriday" gestito dalle Missionarie della Carità di Madre Teresa a Ranchi. Il provvedimento segue una relazione presentata dalla Commissione dello stato del Jharkhand per la protezione dei diritti dell'infanzia, che chiedeva la chiusura di 31 istituti. Come appreso da Fides, il provvedimento giunge in conseguenza del caso della tratta di bambini a "Nirmal Hriday" nel luglio dello scorso anno. Il primo ministro del Jharkhand, Raghubar Das, aveva ordinato alla Commissione di presentare un rapporto sulla situazione, monitorando 126 case di accoglienza in tutto lo stato. I 16 istituti per l'infanzia sono stati chiusi a causa delle "riscontrate violazioni di varie disposizioni di legge sulla giustizia minorile", ha dichiarato il Direttore della Commissione D.K. Saxena.
Il "Nirmal Hriday" a Ranchi, gestito dalle suore di Madre Teresa, è nella lista dei 16 orfanotrofi chiusi. Altri 24 istituti hanno tre mesi di tempo per migliorare le condizioni, pena il ritiro della licenza. Tra le irregolarità riscontrate, la mancanza di documentazione completa sui bambini o le carenza sui servizi di base come alloggio, cibo e disposizioni di sicurezza.
Il caso del "Nirmal Hriday" è venuto alla luce nel luglio 2018, quando l'istituto fu coinvolto in un presunto traffico di neonati. Il caso è stato uno shock per la nazione e ha sollevato interrogativi sul funzionamento dei centri per minori nello stato di Jharkhand . Suor Koshleniea e Anima Indwar, una donna impiegata nel Nirmal Hriday , furono arrestate il ​​3 luglio per il loro presunto coinvolgimento nel traffico illegale di bambini.
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EUROPA/FRANCIA - Media nazionali: la Francia istituirà la “Giornata di commemorazione del Genocidio armeno”

Agencia FIDES - 6 February, 2019 - 05:14
Parigi – Il prossimo 24 aprile, in Francia, verrà celebrata per la prima volta la “Giornata nazionale di commemorazione del Genocidio armeno”. Lo ha annunciato il Presidente francese Emmanuel Macron, sottolineando che la Francia “sa guardare la storia in faccia”, è stata uno dei primi Paesi “a denunciare il massacro del popolo armeno”, e nel 1915 “ha definito il genocidio per quello che era”, fino a riconoscere ufficialmente il Genocidio armeno nel 2001. Le affermazioni e l’annuncio del Presidente Macron, secondo quanto riportato dall’emittente televisiva France24, sono arrivate nel corso di una cena organizzata dal Consiglio di coordinamento delle organizzazioni armene di Francia, e rappresentano il coronamento delle promesse fatte da Macron alla comunità armena durante la campagna per le elezioni del 2017. Sono a oggi 29 le nazioni che hanno ufficialmente riconosciuto come Genocidio i massacri sistematici e le deportazioni forzate subiti dagli armeni nell’Impero ottomano a partire dal 1915. Nella lista figurano, oltre alla Francia, anche Brasile, Canada, Italia e Russia, insieme a molti singoli stati degli Usa.
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AFRICA/NIGERIA - Il Vescovo di Zaria: “Andate a votare secondo coscienza e non cedete alla tentazione di vendere il vostro voto”

Agencia FIDES - 6 February, 2019 - 05:12
Abuja - Si moltiplicano gli appelli dei Vescovi nigeriani perché i votanti contribuiscano a fa sì che le elezioni politiche e presidenziali del 16 febbraio siano regolare e non inficiate da brogli e compravendita di voti.
Dopo i Vescovi della Provincia Ecclesiastica di Lagos che avevano messo in guardia i fedeli sulla vendita del proprio voto , Sua Ecc. Mons. George Jonathan Dodo, Vescovo di Zaria ha avvertito i politici di non ricorrere alle frodi e all’incitamento alla violenza per vincere le elezioni. Parlando alla conferenza stampa presso il centro pastorale di Zaria, nella quale si sono espressi i leader delle diverse fedi presenti nello Stato di Kaduna, Mons. Dodo, ha affermato che “come nigeriani abbiamo la responsabilità di prendere il certificato elettorale e di usarlo per andare a votare per il bene della Nigeria nella sua interezza”. “Bisogna dire di no alla compravendita del voto, e votare per i candidati che siano responsabili e timorati di Dio” ha aggiunto. Mons. Dodo ha quindi esortato le persone “il 16 febbraio a votare per qualsiasi candidato di vostra scelta che pensiate abbia buone qualità e la capacità di difendere, di migliorare e di aggiungere valore alla vostra vita e alla vostra dignità”.
Il Vescovo di Zaria ha inoltre affermato che è dovere della Chiesa sensibilizzare ed educare "i fedeli laici sulle loro responsabilità civiche, ma non ha il compito di indicare ai cattolici per chi votare, perché i suoi membri non appartengono ad uno specifico partito politico”.
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ASIA/AFGHANISTAN - Il futuro del paese è nelle mani delle donne

Agencia FIDES - 6 February, 2019 - 04:45
Kabul - “Nell’universo femminile afghano è in corso una presa di coscienza: non se ne parla molto, ma in Afghanistan le persone più attive sono proprio le donne, che si fanno portatrici di una visione positiva sul futuro del Paese. Sono molto intelligenti, hanno una mentalità più aperta degli uomini e sostengono ideali che non scadono nel femminismo becero, ma che rispondono ad atteggiamenti dignitosi, costruttivi, di forte impatto nella società. Cercano di combattere la schiavitù con principi di libertà, che è diversa dal libertarismo: tutto questo è ancora più efficace quando ci sono organizzazioni o associazioni locali che supportano queste iniziative. Il futuro dell’Afghanistan è certamente nelle mani delle donne”. E’ quanto dichiara all’Agenzia Fides il Barnabita p. Giuseppe Moretti, missionario nella Repubblica Islamica dell’Afghanistan dal 1990 al 2015, e primo Superiore della “Missio sui iuris” istituita dalla Santa Sede nel 2002.
Secondo il Barnabita, la spinta verso principi di integrazione ed innovazione oggi portati avanti dalle donne agane è parte integrante della storia nazionale: “Si può credere a ragion veduta che se il re Mohammed Zahir Shah fosse riuscito a realizzare il programma che aveva in mente, l’Afghanistan oggi sarebbe uno dei paesi più aperti del Medio Oriente: il monarca aveva avviato un processo di modernizzazione, quasi di 'occidentalizzazione', ma nel rispetto della cultura islamica, che avrebbe fatto dell’Afghanistan un paese all’avanguardia sotto tutti i punjti di vista. Ma la storia è andata diversamente”.
La riflessione del Barnabita giunge mentre diverse associazioni a supporto dei diritti femminili manifestano perplessità in merito ai risultati dei colloqui avvenuti nei giorni scorsi a Doha, in Qatar, tra funzionari del governo statunitense e movimento talebano. Tra le altre, Afghan Women's Network, rete di supporto delle organizzazioni femminili attive nel paese, ha pubblicato un documento in cui si chiede ufficialmente agli Stati Uniti di coinvolgere in modo significativo le donne nei colloqui di pace, perché “le loro preoccupazioni e le soluzioni vengano sollevate e incluse in tutte le decisioni su un piano di uguaglianza e perché si rispettino, proteggano e realizzano i loro diritti. La legittimità e la sostenibilità della pace dipendono dalla piena, equa e significativa partecipazione delle donne”. Il timore è che il “prezzo” degli accordi tra Stati Uniti e movimento talebano possa essere pagato proprio dalle donne, con compromessi che potrebbero rappresentare un ritorno alle repressioni subite in passato sotto un governo fondamentalista.
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AFRICA - Un orto botanico per combattere la malaria

Agencia FIDES - 6 February, 2019 - 04:35
Oyo - In Africa la malaria è una delle malattie più diffuse e letali. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, nel 2018 nel mondo si sono registrati 216 milioni di casi e 445mila morti a causa del paludismo, di cui 194 milioni in Africa . Oltre il 70% di tutti i decessi per malaria riguarda bambini sotto i cinque anni, dei quali oltre l’80% vive nell’Africa subsahariana. In questa regione solo il 19% dei bambini colpiti da malaria riesce a ricevere un trattamento adeguato e ogni 2 minuti muore un bambino a causa di questa malattia. La Nigeria è il Paese che affronta il carico maggiore, con il 27% dei casi a livello mondiale. Questa patologia, oltre al forte impatto sulla salute, ha anche una grande incidenza sullo sviluppo economico. Dal 2000 la malaria è costata all’Africa subsahariana 300 milioni di dollari all’anno solo per la gestione dei casi e si stima che costi fino all’1,3% del Pil continentale.
Dal 2018 è in corso la somministrazione di un nuovo vaccino antimalarico in Kenya, Ghana e Malawi. Entro il 2020, l’Organizzazione mondiale della sanità punta a vaccinare almeno 360.000 bambini. Nel frattempo, per far fronte alla patologia, si ricorre ai tradizionali farmaci a base di clorochina che però sono sempre meno efficaci perché il plasmodio, causa della diffusione della patologia , è riuscito a sviluppare resistenze ai farmaci.
Nel 1972 la farmacista cinese Tu Youyou è riuscita a isolare l’artemisina, principio attivo dell’artemisia naturale. L’artemisina si è rivelata particolarmente efficace nel contrastare la malaria perché riesce a eliminare il plasmodio . Portata in Africa da medici asiatici, l’artemisina ha aiutato a ridurre gli effetti della malaria.
I Gesuiti hanno così deciso di coltivare la pianta di artemisia per poi ricavarne la preziosissima artemisina. Da anni, i religiosi hanno un arboretum a Oyo, nel Ciad. In questo orto botanico, oltre a preservare le specie autoctone rare, si proponongono di coltivare e diffondere le piante medicinali. «Coltivare l’artemisia – spiega Franco Martellozzo, Gesuita, da oltre cinquant’anni missionario in Ciad – non è semplice. I semi sono talmente fragili che debbono essere irrigati per penetrazione capillare in recipienti particolari. Poi le prime piantine vengono trapiantate in luoghi protetti e, solo due mesi dopo, vengono messe in terreno aperto”. Per poter portare avanti questo orto botanico è stato costruito un sistema di irrigazione che funziona grazie a un impianto elettrico solare. “Dall’artemisia – osserva padre Martellozzo che collabora con il confratello francese Serge Semur – verrà poi ricavata l’artemisina. Nella speranza di porre un freno alla malaria, malattia con la quale la popolazione è costretta a convivere da secoli”.
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AMERICA/VENEZUELA - Vescovi, religiosi e laici: il 10 febbraio nelle chiese e nelle famiglie preghiamo per la pace, la riconciliazione, la libertà

Agencia FIDES - 6 February, 2019 - 03:54
Caracas – “Invitiamo tutta la popolazione a partecipare all'Eucaristia domenica 10 febbraio, e a pregare in tutte le chiese, nelle nostre case e comunità, chiedendo al Signore di concederci la pace, la riconciliazione, la libertà e la salute spirituale e corporale, e a realizzare creativamente gesti di fratellanza e solidarietà nelle diverse comunità”. E’ l’appello lanciato in un comunicato congiunto dalle Presidenze della Conferenza episcopale venezuelana , della Conferenza dei religiosi e religiose e del Consiglio nazionale dei laici .
In tutte le comunità e in tutto il paese si sta vivendo “una situazione drammatica”, “sperimentiamo una dolorosa situazione di ingiustizia e sofferenza per la mancanza di quanto è necessario per una vita degna e feconda” afferma il testo, pervenuto all’Agenzia Fides. Tutto ciò ha provocato la ricerca di “un cambiamento politico attraverso un processo di transizione pacifica e trasparente, che porti a elezioni libere e legittime, per riprendere la rotta democratica e recuperare lo Stato di Diritto, la ricostruzione del tessuto sociale, la produzione economica, la morale nel paese e il nuovo incontro di tutti i venezuelani”.
Questo cammino verso il processo elettorale deve essere fatto “in modo pacifico e con gli strumenti presenti nella Costituzione nazionale, per evitare maggiori sofferenze e dolori alla popolazione” è scritto nel testo, che poi giudica “moralmente inaccettabile la crescente repressione per motivi politici, la violazione dei diritti umani e le detenzioni arbitrarie e selettive”.
Richiamando le autorità dello stato ad “adempiere al loro primo dovere di essere al servizio del popolo” e a mettere fine agli abusi di potere citati, in particolare alle detenzioni di minorenni, i firmatari del comunicato ringraziano gli attivisti per la difesa dei diritti umani per quello che fanno nonostante i rischi, e li esortano a continuare ad assistere le vittime che subiscono ingiustizie, chiedendo “il rispetto e la sicurezza personale e giuridica di quanti esercitano questo degno servizio in Venezuela”.
La Chiesa cattolica sollecita la concessione dei permessi necessari per disporre degli aiuti umanitari, così da alleviare l’impatto della crisi sulle persone più vulnerabili. Caritas Venezuela e le diverse istituzioni di promozione sociale della Chiesa si impegnano a continuare il servizio di ampia portata che prestano in tutto il territorio nazionale, “con equità, inclusione, trasparenza ed efficacia”.
“In questo momento cruciale della storia nazionale, invitiamo tutto il popolo venezuelano a dare il meglio di sé, ognuno nel suo ambito di lavoro e di azione – chiedono i firmatari del documento -, perché con l’unità, la solidarietà e la responsabilità etica, con spirito disteso, cerchiamo il bene comune e lavoriamo senza sosta per la ricostruzione della democrazia e dell’intera nazione, evitando ogni spargimento di sangue, come ha detto Papa Francesco”.
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AMERICA/PARAGUAY - I Vescovi: “Passare da una democrazia meramente formale a una democrazia come stile di vita”

Agencia FIDES - 6 February, 2019 - 01:53
Asunción - Il 3 febbraio il Paraguay ha celebrato i 30 anni della transizione dalla ultratrentennale dittatura di Alfredo Stroesssner alla democrazia, e la presidenza della Conferenza episcopale ha ricordato l’anniversario con un comunicato intitolato “Verso una democrazia con valori, per il conseguimento del bene comune”.
Nel messaggio, pervenuto all’Agenzia Fides, la CEP celebra l’avvenimento e invita a “una serena valutazione dello stato della democrazia alla luce del Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa”, al quale si fa riferimento più volte. I Vescovi si chiedono se “al di là del rispetto formale delle regole, esiste nel Paese un’accettazione convinta dei valori che ispirano i procedimenti democratici”. “Se così non fosse, si perderebbe il significato della democrazia e si comprometterebbe la sua stabilità”.
La presidenza CEP ricorda che l’esercizio della democrazia “non si limita ai periodi elettorali” ma si fonda sulla “libera, rispettosa e responsabile partecipazione” di tutti. “Siamo cresciuti in questo ?” si domandano i Vescovi. “Stiamo partecipando a iniziative ‘di base’ offrendo il nostro contributo per il bene comune e la giustizia sociale ? Rinunciamo a ogni tipo di messianismo e radicalismo” optando per la costruzione di “alleanze e ponti?”.
Seguono altri interrogativi, come un esame di coscienza collettivo. “Perché cala la partecipazione alle elezioni? Si rispetta il principio della divisione dei poteri dello Stato? Le autorità emettono leggi giuste?” I rappresentanti politici “esercitano il potere con spirito di servizio” ed “avendo come fine il bene comune” oppure “il prestigio o i vantaggi personali?”. Qual è il loro atteggiamento davanti alla corruzione, “una delle più gravi deformazioni del sistema democratico?” I Vescovi chiamano i funzionari statali, lo Stato in sé, i partiti e i media a valutare il loro modo di agire. In particolare, ammoniscono sui pericoli della “concentrazione della proprietà” dei media, serio ostacolo a un’informazione libera e obiettiva, per gli “stretti vincoli tra attività governativa, poteri finanziari ed informazione”.
Nella seconda parte del documento ricordano che la democrazia è “uno strumento e non un fine”, il che implica che “il suo carattere morale dipende dalla sua conformità alla legge morale alla quale, come qualsiasi altro comportamento umano, deve sottomettersi”. Richiamano quanto affermato dai Vescovi Latinoamericani ad Aparecida : “è necessario lavorare per costruire una democrazia partecipativa” che generi “politiche pubbliche più giuste”.
Nella parte conclusiva del testo, la presidenza della CEP ricorda quanto i Vescovi del Paraguay hanno scritto nel messaggio per il bicentenario dell’Indipendenza : nella transizione verso la democrazia hanno pesato più le ombre delle luci, portando “ampi settori della popolazione alla disillusione e al pessimismo”. Le nuove generazioni “hanno una speranza diversa” che però – avvertono i Vescovi - “non garantisce di per sé la qualità del processo democratico”, che presenta ancora “un notevole deficit”. Quindi “Occorre passare da una democrazia meramente formale ed elettorale a una democrazia come stile di vita” affermano. Invocano per questo la protezione e il sostegno di Maria Santissima “Tupasy Caacupé” . Il Governo del Paraguay è stato criticato da più parti per non aver commemorato il trentesimo anniversario del ritorno della democrazia con un atto ufficiale.
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AFRICA/CENTRAFRICA - Firmato oggi l’accordo di pace raggiunto il 2 febbraio tra il governo e 14 gruppi armati

Agencia FIDES - 5 February, 2019 - 05:37
Bangui - Firmato oggi, 5 febbraio, a Khartoum dell'accordo di pace raggiunto il 2 febbraio nella capitale sudanese, dal governo della Repubblica Centrafricana e da 14 gruppi armati che controllano la maggioranza del territorio centrafricano. Fino all'ultimo, nessun dettaglio sul contenuto dell'accordo era stato ancora rilasciato, così come non era stato specificato dove si sarebbe tenuta la firma, a Khartoum o Bangui, ma il governo e la presidenza del Centrafrica avevano precedentemente indicato che si sarebbe svolta a Bangui "nei prossimi giorni".
I negoziati di Khartoum, avviati i il 25 gennaio su iniziativa dell'Unione Africana e dell'ONU, hanno riunito i principali leader dei gruppi armati e un’importante delegazione governativa. La Repubblica Centrafricana, che conta di 4 milioni e mezzo di abitanti, vive in stato di guerra dal 2013. Da allora non meno di sette accordi di pace sono stati firmati in cinque anni, nessuno dei quali ha portato a un ritorno alla stabilità.
Il territorio del Centrafrica, annoverato tra i Paesi più poveri del mondo, è comunque ricco di diamanti, oro e uranio. I gruppi armati, che controllano dal 70% all'80% del territorio, combattono principalmente per il controllo di queste ricchezze.

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AFRICA/CENTRAFRICA - Attesa per la firma dell’accordo di pace raggiunto il 2 febbraio tra il governo e 14 gruppi armati

Agencia FIDES - 5 February, 2019 - 05:37


Bangui - Attesa oggi, 5 febbraio, per la firma dell'accordo di pace raggiunto il 2 febbraio nella capitale sudanese, Khartoum, dal governo della Repubblica Centrafricana e da 14 gruppi armati che controllano la maggioranza del territorio centrafricano.
Nessun dettaglio sul contenuto dell'accordo è stato ancora rilasciato, così come non è stato specificato dove si sarebbe tenuta la firma, a Khartoum o Bangui, ma il governo e la presidenza del Centrafrica avevano precedentemente indicato che si sarebbe svolta a Bangui "nei prossimi giorni".
I negoziati di Khartoum, avviati i il 25 gennaio su iniziativa dell'Unione Africana e dell'ONU, hanno riunito i principali leader dei gruppi armati e un’importante delegazione governativa.
La Repubblica Centrafricana, che conta di 4 milioni e mezzo di abitanti, vive in stato di guerra dal 2013. Da allora non meno di sette accordi di pace sono stati firmati in cinque anni, nessuno dei quali ha portato a un ritorno alla stabilità.
Il territorio del Centrafrica, annoverato tra i Paesi più poveri del mondo, è comunque ricco di diamanti, oro e uranio. I gruppi armati, che controllano dal 70% all'80% del territorio, combattono principalmente per il controllo di queste ricchezze.

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EUROPA/SPAGNA - Mutilazione genitale femminile: 200 milioni di ragazze violate nei loro diritti

Agencia FIDES - 5 February, 2019 - 05:05
Madrid – La mutilazione genitale femminile è una pratica comune in un gran numero di paesi africani e in alcuni paesi asiatici e costituisce una grave violazione dei diritti delle ragazze. Questa pratica abusiva è diffusa, in particolare nell'Africa sub-sahariana, ma anche in alcuni paesi del Medio Oriente - Iraq e Yemen - e in Indonesia.
Secondo la nota inviata all’Agenzia Fides da Entreculturas, ong gesuita per l’educazione e lo sviluppo con base a Madrid, anche se la sua diffusione è diminuita negli ultimi trenta anni, i dati disponibili indicano che in alcune nazioni il 70 % delle ragazze sono state vittime di mutilazione. In alcuni paesi, come la Somalia, la percentuale arriva fino al 99%. Le ragioni della pratica sono varie e complesse, ma le cause principali derivano da schemi e norme culturali profondamente radicate. Per la maggior parte delle culture in cui è praticata, la ragione principale è la convinzione che sia necessaria per ottenere un buon matrimonio.
La MGF provoca danni sulla salute delle bambine non solo a breve termine, con il dolore, il rischio di infezioni, problemi urinari e persino la morte, ma sull'intera vita della ragazza, comportando anche problemi psicologici non indifferenti. La MGF è un problema globale che richiede una soluzione globale. Secondo i dati dell’Unicef e del rapporto di Entreculturas, si stima che 3,9 milioni di bambine abbiano subito MGF solo nel 2015, la maggior parte prima dei 15 anni. Globalmente circa 200 milioni di ragazze e di donne sono state vittime di qualche forma di MGF.
In occasione della “Giornata della tolleranza zero della MGF”, che si celebra il 6 febbraio, in tutto questo mese di febbraio si svolge in Spagna l’VIII edizione del circuito di corsa solidale organizzato da Entreculturas i cui fondi sono destinati al programma “La luz de las niñas”, che vuoile proteggere le ragazze dalla violenza creando spazi sicuri per loro e sensibilizzando le famiglie e le comunità sui loro diritti. Dalla sua creazione, nel 2012, ad oggi, il programma ha seguito 32.747 bambine in 15 paesi, secondo precise linee di azione: favorendo l’accesso scolastico e la continuità dell’educazione, denunciando le violenze subite dalle ragazze, offrendo riabilitazione psicologica e reinserimento sociale.

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ASIA/INDIA - L'Arcivescovo Machado: "Il Papa porta in Asia speranze di pace e di armonica convivenza"

Agencia FIDES - 5 February, 2019 - 04:43
Abu Dhabi - "La presenza del Papa in Asia, in special modo in Medio Oriente, per il grande incontro interreligioso di Abu Dhabi, rappresenta un raggio di speranza: ci lascia un segno e un messaggio perché si possa vivere in pace e armonia non solo negli Emirati Arabi, ma in tutti i paesi dell'Asia, come l'India": è quanto rileva all'Agenzia Fides l'Arcivescovo indiano Felix Machado, alla guida della comunità di Vasai, tra i presenti negli Emirati Arabi, in quanto presidente dell’Ufficio per l’ecumenismo e gli affari interreligiosi nella Federazione delle Conferenze episcopali asiatiche .
"Le ripercussioni di questa conferenza raggiungeranno tutti i paesi asiatici dove vi è pluralismo culturale e religioso", dice a Fides l'Arcivescovo. E nota: "A volte non è facile vivere il messaggio di fraternità e solidarietà in società caratterizzate dal pluralismo. Il Papa mostra coraggiosamente ai leader del mondo che questo è possibile".
Secondo mons. Machado, "Papa Francesco non promuove solo una missione di dialogo interreligioso, ma porta avanti la missione universale della Chiesa, di donare un messaggio evangelico a tutte le genti". "Da parte nostra, siamo chiamati a uscire dalle nostre zone di conforto - prosegue - e seguire l'esempio di Papa Francesco nel promuovere pace e armonia nelle nostre rispettive nazioni e nel mondo". Sull'esempio del Papa, osserva "sta a noi cristiani prendere l'iniziativa e fare il primo passo, mostrando apertura e benevolenza verso persone di altre religioni".
L'Arcivescovo conclude: "Questa esperienza è un incoraggiamento per me, e per molti altri, a portare avanti con gioia una missione di dialogo, apertura, convivenza in India, per costruire l'armonia delle differenze e l'unità nella società indiana. Torniamo a casa con il desiderio di porre fine alla cultura della discriminazione, della violenza e dell'odio nelle nostre città e nazioni".
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AMERICA/CUBA - Referendum sulla nuova Costituzione: i Vescovi per il rispetto dei diritti e della dignità di tutti

Agencia FIDES - 5 February, 2019 - 04:09
L’Avana – “Ogni cittadino, con il suo voto responsabile e secondo la sua coscienza, contribuisca alla costruzione di una società in cui tutti i cubani si sentano rispettati nei loro diritti e, allo stesso tempo, costruiscano una vita dignitosa e prospera con la partecipazione di tutti, senza esclusione”. Questa l’esortazione che i Vescovi cubani lanciano nel loro messaggio pubblicato con la data del 2 febbraio, in vista del referendum popolare del 24 febbraio sulla nuova Costituzione della repubblica.
I Vescovi richiamano il loro precedente messaggio di ottobre sull’argomento, e ribadiscono “l’importanza della Costituzione per il futuro del nostro popolo”, per questo rendono note le loro riflessioni sul testo approvato dall’Assemblea nazionale. “L’obiettivo della Costituzione – affermano – è salvaguardare e garantire l’esercizio dei diritti e doveri di ogni cittadino senza alcuna discriminazione, rispettando la sua dignità, come riconosciuto dal Diritto internazionale”.
“I Vescovi cattolici di Cuba hanno voluto con questo messaggio, senza esaurire altri aspetti della Costituzione, dare priorità a quattro temi: l'esclusione di altre forme di piena realizzazione dell'essere umano diverse da quelle del socialismo e del comunismo, la giusta comprensione di uno Stato laico, la visione integrale del matrimonio e della famiglia, l’economia al servizio del bene comune”.
Nel Preambolo del testo sottoposto a referendum è stata aggiunta l’affermazione che “solo nel socialismo e nel comunismo l’essere umano raggiunge la sua piena dignità”. I Vescovi commentano: “L'assolutezza di tale affermazione che appare nel testo costituzionale esclude l'esercizio effettivo del diritto alla pluralità di pensiero sull'uomo e sull'ordine della società. La pluralità deve essere salvaguardata dalla Costituzione, come espresso nell’articolo 1”. Richiamano quindi l’affermazione di Josè Marti, secondo cui “una Costituzione è una legge viva e pratica, che non può essere costruita con elementi ideologici”.
Riguardo al tema della laicità dello Stato, i Vescovi scrivono che “tale affermazione non corrisponde a quanto espresso nel Preambolo al testo costituzionale, che presenta il carattere assoluto dell’ideologia marxista-leninista. Perciò è bene ricordare che la libertà di praticare la propria religione non consiste nella semplice libertà di avere delle credenze religiose, ma la libertà di ogni persona di vivere secondo la propria fede e di esprimerla pubblicamente, avendo come limite il rispetto dell’altro”. In questo contesto i Vescovi ripetono la loro richiesta, espressa nel messaggio di ottobre, per il riconoscimento giuridico della Chiesa, della sua identità e della sua missione, e il rispetto dell’obiezione di coscienza.
Gli articoli 81 e 82 del testo attuale, “aprono la strada perché in futuro si riconosca come matrimonio l’unione di persone dello stesso sesso”, in questo modo non si rispetta la volontà espressa dalla maggioranza dei cubani, che “ha difeso l’istituzione del matrimonio come unione tra un uomo e una donna”. I Vescovi chiedono quindi che venga rispettata, ora e in futuro, la volontà popolare. La Costituzione, nell’art.84, riconosce “la responsabilità e le funzioni essenziali della famiglia nella formazione integrale delle nuove generazioni nei valori morali, etici e civili” tuttavia non viene affermato che “la famiglia ha una funzione originale e insostituibile nella formazione dei figli” .
Sull’ultimo argomento, l’economia al servizio del bene comune, i Vescovi riprendono quanto hanno affermato nel messaggio di ottobre, richiamando i principi della Dottrina sociale della Chiesa sul destino universale dei beni comuni e sullo sviluppo integrale della persona e della famiglia.
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ASIA/EMIRATI ARABI - I leader religiosi: non sono le fedi, ma gli uomini a promuovere la violenza

Agencia FIDES - 5 February, 2019 - 03:47
Abu Dhabi - "Non è la religione, di per sè, un fattore di conflitto: sono i suoi seguaci che promuovono guerre a causa di una scarsa conoscenza della religione stessa o politicizzandola a proprio vantaggio. Le organizzazioni terroristiche uccidono in nome di Dio anche se Dio comanda la pace": con queste parole il Patriarca maronita del Libano Bechara Boutros Rai commenta all'Agenzia Fides il “Documento sulla Fratellanza Umana per la Pace Mondiale e la convivenza comune”, co-firmato da Papa Francesco e dallo Sheikh Ahmed al Tayyeb, Grande Imam di Al Azhar, a conclusione della Conferenza globale sulla fraternità umana ad Abu Dhabi.
I leader presenti hanno espresso grande apprezzamento e condivisione per il messaggio di pace, giustizia e armonia, in opposizione alla cultura della violenza, dell'odio e del fondamentalismo, contenuto nella dichiarazione.
Interpellato da Fides, Olav Fykse Tveit, Segretario Generale del Consiglio ecumenico delle Chiese, ha affermato: "Tutti noi siamo membri di un'unica famiglia umana, ed è normale avere opinioni diverse. È responsabilità di noi cristiani riflettere l'amore di Dio e vivere come un'unica famiglia, per il bene dell'umanità. Possiamo raggiungere questo obiettivo promuovendo i valori di cittadinanza, pace e fraternità umana, in ogni nazione”.
Ali Al-Amin, membro del Consiglio musulmano degli anziani, in un colloquio con Fides, elogia gli Emirati Arabi per “l'esempio di tolleranza e convivenza pacifica tra le diverse comunità” e rileva la necessità di “promuovere il dialogo tra tutte le nazioni e le religioni per respingere il fanatismo”. “La vera causa della violenza - nota - non sono le religioni, ma le persone e il loro spietato perseguimento di ambizione, con il desiderio di imporre il controllo sugli altri. L'umanità oggi ha bisogno di pace e tolleranza per poter continuare a prosperare”.
Oltre a esponenti cristiani e musulmani, alla conferenza negli Emirati vi erano anche leader di altre comunità religiose. Swami Brahmavihari, anziano sacerdote indù dell’organizzazione socio-culturale BAPS Swaminarayan Sanstha, dichiara a Fides: "La fraternità umana è diventata un argomento più importante della crescita economica o dei cambiamenti climatici. Ogni religione è una miniera d'oro di valori, per vivere nel mondo come in una famiglia". Il reverendo Kosho Niwanoadded, leader buddista, ricorda: "Nel buddismo pilastri importanti sono l'accettazione e la tolleranza verso il prossimo: un contributo-chiave per costruire i ponti verso tutti".
Sardar Kulwant Singh Thiara, imprenditore e cittadino degli Emirati Arabi Uniti, notando “l'assenza di ogni discriminazione religiosa” nel suo paese, osserva a Fides: “Papa Francesco è per tutti noi un esempio e un incoraggiamento a promuovere pace, amore e armonia nella società".
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ASIA/EMIRATI ARABI UNITI - I leader religiosi: non sono le fedi, ma gli uomini a promuovere la violenza

Agencia FIDES - 5 February, 2019 - 03:47
Abu Dhabi - "Non è la religione, di per sè, un fattore di conflitto: sono i suoi seguaci che promuovono guerre a causa di una scarsa conoscenza della religione stessa o politicizzandola a proprio vantaggio. Le organizzazioni terroristiche uccidono in nome di Dio anche se Dio comanda la pace": con queste parole il Patriarca maronita del Libano Bechara Boutros Rai commenta all'Agenzia Fides il “Documento sulla Fratellanza Umana per la Pace Mondiale e la convivenza comune”, cofirmato da Papa Francesco e dallo Sheikh Ahmed al Tayyeb, Grande Imam di Al Azhar, a conclusione della Conferenza globale sulla fraternità umana ad Abu Dhabi.
I leader presenti hanno espresso grande apprezzamento e condivisione per il messaggio di pace, giustizia e armonia, in opposizione alla cultura della violenza, dell'odio e del fondamentalismo, contenuto nella dichiarazione.
Interpellato da Fides, Olav Fykse Tveit, Segretario Generale del Consiglio ecumenico delle Chiese, ha affermato: "Tutti noi siamo membri di un'unica famiglia umana, ed è normale avere opinioni diverse. È responsabilità di noi cristiani riflettere l'amore di Dio e vivere come un'unica famiglia, per il bene dell'umanità. Possiamo raggiungere questo obiettivo promuovendo i valori di cittadinanza, pace e fraternità umana, in ogni nazione”.
Ali Al-Amin, membro del Consiglio musulmano degli anziani, in un colloquio con Fides, elogia gli Emirati Arabi per “l'esempio di tolleranza e convivenza pacifica tra le diverse comunità” e rileva la necessità di “promuovere il dialogo tra tutte le nazioni e le religioni per respingere il fanatismo”. “La vera causa della violenza - nota - non sono le religioni, ma le persone e il loro spietato perseguimento di ambizione, con il desiderio di imporre il controllo sugli altri. L'umanità oggi ha bisogno di pace e tolleranza per poter continuare a prosperare”.
Oltre a esponenti cristiani e musulmani, alla conferenza negli Emirati vi erano anche leader di altre comunità religiose. Swami Brahmavihari, anziano sacerdote indù dell’organizzazione socio-culturale BAPS Swaminarayan Sanstha, dichiara a Fides: "La fraternità umana è diventata un argomento più importante della crescita economica o dei cambiamenti climatici. Ogni religione è una miniera d'oro di valori, per vivere nel mondo come in una famiglia". Il reverendo Kosho Niwanoadded, leader buddista, ricorda: "Nel buddismo pilastri importanti sono l'accettazione e la tolleranza verso il prossimo: un contributo-chiave per costruire i ponti verso tutti".
Sardar Kulwant Singh Thiara, imprenditore e cittadino degli Emirati Arabi Uniti, notando “l'assenza di ogni discriminazione religiosa” nel suo paese, osserva a Fides: “Papa Francesco è per tutti noi un esempio e un incoraggiamento a promuovere pace, amore e armonia nella società".
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